mardi 18 janvier 2011

Nicola Dal Falco : Traslochi

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Traslochi


Conosco due artisti, un pittore e una pittrice di Amburgo che, qualche anno fa, hanno deciso di sposarsi. Per ambedue è stato il secondo matrimonio, quello della maturità: un gesto d’amore e di reverenza nei confronti del futuro, giunti a quell’età in cui la vita può molto più facilmente prendere che dare.
Loro le hanno chiesto di prendersi la malinconia, stabilendo alcune regole di tenerezza. Tra le cose che li uniscono una mi è parsa così irrazionale da dover essere raccontata.
Prima della caduta del muro di Berlino, Berth abitava in una regione di confine, tagliata fuori dei grandi spostamenti di cose e di persone.
Uno di quei triangoli di terre che sulla carta appaiono circoscritti dalle strade dirette altrove. Quando mi raccontò il fatto, aggiunse che là si era sentita a lungo l’influenza del mondo slavo.
Berth aveva affittato una vecchia casa che risaliva al Settecento, dall’aria solenne e grigia come ce ne sono molte al nord.
Il grigio non era affatto il suo colore, ma un’impressione che si adattava perfettamente al concetto di solenne.
Dal tetto alla stalla, il tempo aveva steso una patina uniforme, un’ombra. La percezione di qualcosa che assomigliasse ad un alone era nettissima.
In realtà, la casa tratteneva la cosiddetta ora blu, il lungo monologo del tramonto che nell’emisfero boreale ha una durata quasi infinita.
Vi era rimasta esposta così tanto che dai muri continuava a liberarsi una luce di grana grossa, attraverso cui il buio prendeva lentamente il sopravvento.
In quella casa, un uomo si era tolto la vita. La morte, che era penetrata subdolamente come un tarlo nelle travi, può essere invocata, attesa, maledetta, ma non si può sostituire, sostituendo la nostra alla sua forza, se non altro per bilanciare l’azione di tutte le forze autodistruttive che proliferano nel mondo.
Suicidarsi, in fondo, è un modo di barare sul nome delle cose.
Scoperto il suicida, i parenti e i vicini fecero ciò che consideravano più urgente: rinsaldare il cerchio protettivo della casa, la sua aura incrinata. E siccome la possibile rovina avanzava dall’interno occorreva espellere il corpo senza provocare buchi nella difesa esterna.
In un certo senso, il paradosso della situazione stava proprio in quell’attacco alle spalle, dal cuore, dalla via meno prevedibile. Il punto di maggiore attrito era costituito dalla porta d’ingresso; contro di questa, infatti, si concentrano gli sforzi di tutto ciò che è estraneo: malattie, fallimenti, invidie, sogni...
Far passare di lì il morto significava abbattere simbolicamente l’architrave e spianare la strada ad altri guai. Non potendo sollevare e rimettere al suo posto l’intera casa, decisero di scavare un passaggio sotto la soglia. Il lavoro, però, venne presto interrotto per la presenza di alcuni grossi sassi. Da quell’apertura avrebbe potuto passare solo la testa.
In mezzo ad un crescendo di preghiere, l’intervento fu eseguito dai due più forti. La testa scivolò via, ma il fardello del corpo dovette seguirla attraverso la porta. È forse per questo che, a distanza di secoli, nella casa avvengono fatti strani e che Berth ne parla malvolentieri.


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La casa dove Verena si sposta spesso insieme a Berth ha l’Appennino per appoggio e in fondo, nei giorni chiari, un triangolo di mare, un occhio appannato. Ci sono i boschi e a volte la neve, ci sono le nuvole, i torrenti e le montagne allungate sui fianchi.
Le case sono di pietra, squadrata in blocchi così sottili che il muro sembra tessuto e sospeso come un arazzo.
Il restauro segue il ritmo lento, progressivo dei ritorni. Stanze e scale sono raddrizzate e sbiancate. L’abbandono cede poco a poco terreno: vita e malinconia di ragni, sedie spagliate e legna accatastata. Cambia il sapore all’aria e la luce alle finestre.
Anche la presenza del mare, incastrato all’orizzonte, spinge Verena e Berth a nuove, più lunghe partenze per la Liguria. Basta solo intravedere la fine della strada per sentirsi al sicuro.
Per uno strano gioco di specchi che coinvolge passato e presente, anche questa casa contiene un lutto, lo traghetta da un proprietario all’altro. Chi entra deve chiedere permesso, perché abitare è un po’ sapere anche se non siamo più abituati a considerare le case un probabile ossario d’ombre, le dimore preferite dagli spiriti.
Qui, l’ombra è una vampata di luce gialla, venata d'arancio e azzurro che sollevò da terra il bambino, una sera d’autunno o d’inverno, mentre il profumo delle castagne incensava l’aria. Buon odore, quasi pane e morbidi zecchini da sbucciare.
Sembra che l’ombra, lieve come fumo, danzi ancora in un angolo della cucina. Diversi ospiti giurano d'averla vista. Ma il bello è che si muove allegra, in compagnia.



Nicola Dal Falco


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