dimanche 16 février 2014

Nicola Dal Falco : LA GANA - Miti ladini delle Dolomiti – Le Signore del temp

La gana



Qui, il cielo, un cielo con tutte le sue implicazioni metafisiche, si è fatto strada, scavando un sentiero al vuoto. L’ha allargato abbastanza, perché i fianchi dei monti avvertissero il peso alternato della luce e dell’ombra.Perché la ruota del tempo incidesse a suo estro un solco, rivolto a mezzogiorno e vi aggiungesse dei segni.
La val dala Saliéries conduce fino ai piedi della Forchetta.  Due punte di roccia che si divaricano abbastanza da formare qualcosa di diverso anche rispetto alla bellezza della lettera V. 
Qualcosa di più fisico, solenne e vibrante dello stesso segno alfabetico che, semmai, allude, custodendo il vero arcano.
La valle sale nel proprio abbandono, mutando velocemente pelle dal verde magro e ostinato degli ultimi prati al grigio, ora sfarinato ora metallico, dei ghiaioni.
L’anima raschiata e limata delle cime scivola giù e colma pian piano il pendio, compiendo da millenni il percorso inverso dopo essersi innalzata per il doppio dell’altezza da cui oggi si eleva.
Un desiderio orizzontale, un ritorno al mare delle origini, gratta via, giorno dopo giorno, un po’ del profilo sognante.Se non si percorre la valle con gli occhi spalancati dell’immaginazione, difficilmente, si leggerà nel corpo della montagna l’impronta della gana, dea minore, ninfa o, più probabilmente, una faccia delle Signore del tempo.
Per i viaggi ai confini del mondo, fuori dall’ordine stabilito che la comunità difende, aggrappandosi al filo teso dagli antenati, fin dove arriva la memoria ed oltre, serve qualcuno diverso, marginale rispetto al ritmo condiviso della vita o qualcuno di semplicemente straniero.
Qualcuno che possa farsi carico della beffa, di un’informazione che sia al tempo stesso vitale per gli altri e pericolosa, forse mortale, per se stesso.
Chi la riceve come un dono avvelenato ha l’occasione di conoscere il risvolto delle cose, di trovare nella misura troppo piena il proprio colmo e l’antidoto corrispondente.
In un tempo, né remoto né troppo recente, giunse a Gardena un pastore, portando con sé le sue bestie. Bestie robuste, vacche con l’occhio vigile e i fianchi affilati dal lungo viaggiare, provviste di quello sguardo ardente, fatto apposta per seminare possibilità.
Chiedevano, come lo straniero, un buon pascolo.
Nelle siepe di mezze risposte ricevute, fu pronunciata anche quella cattiva: «se sali fino a Ferméda, troverai erba a sufficienza».
Silenziosamente, la fila bruna di vacche riprese a salire, rubacchiando l’erba ai bordi del sentiero.
Ad un certo punto la salita divenne penosa. Il lento tonfo degli zoccoli mutò musica in uno stridere di sassi che non davano presa.
La mandria si ritrovò sparsa su un ghiaione a metà esatta della giornata.
Ora fatata, inquieta, così squillante da contenere un che di lugubre, di troppo, appunto.
Lo straniero girò in tondo lo sguardo. Nessun rumore addolciva la luce implacabile.
Passò qualche istante a fissare il Sas Rigais, solcato da ciclopiche unghiate.
Poi, di nuovo il cielo, altrettanto nudo, fino a che non gli parve di vedere l’ombra di qualcosa scivolare a tratti, lungo i camini più profondi.
Il cielo restava vuoto, ma ora un velo di vapori, una nube leggera, occhieggiava dal fianco della montagna.
Nube o acqua che salta, invitava ad avvicinarsi fino a dei massi caduti.
Come si può descrivere una gana, la custode della val dala Saliéries?
Il viso e il corpo fluttuavano costantemente in un opaco chiarore, mentre lo sguardo uncinava qualsiasi essere le si fosse trovato di fronte.
Non erano mai incontri casuali.
«C’è un passaggio per uscire dalla valle»? – le chiese lo straniero.
«No, la valle finisce qui».
«Se non trovo dell’acqua, le vacche moriranno lungo la strada del ritorno».
«Lasciale e seguimi». – rispose la gana.
Il pastore si mise a camminare dietro la nube che pur conservando un vago aspetto femminile brillava iridescente come il collo di un colombo. Anzi, più volte, ebbe l’impressione che la gana entrasse e uscisse da un corpo piumato o ricamato di scaglie.
Arrivarono, infine, ad un crepaccio che, qualche metro più sotto, si allargava, formando una camera, lastricata di ciottoli e sbarrata in fondo da una lastra di ghiaccio.
Più che una porta, la lastra era una tenda che il braccio della gana scostava e animava, lasciando intravedere al di là una colonna liquida.
Dietro la lastra, l’acqua occupava un abisso senza echi, scorrendo placida nelle due direzioni, colma come un fiume di forme guizzanti.
«Avvicina la mano e tuffala dentro». – gli disse.
Immersa fino all’avambraccio, la mano comunicò al resto del corpo una sensazione indistinta di calore e di freddo, poi un tremito e, infine, una pressione intollerabile al punto che l’uomo la ritrasse di colpo.
Insieme alla mano, venne dietro anche l’acqua, con il suo corteo di cose vive, disegnando un angolo acuto nell’aria. Le dita la sfioravano e la trattenevano all’altezza del petto. Istruito dalla gana, le abbassò fino a terra, lasciando che l’acqua, scivolando sul palmo, scorresse tra i sassi fino all’esterno. Dal crepaccio, con impeto sempre maggiore, era nata e cantava una cascata.
Immediatamente, il ghiaione si coprì d’erba, riempiendo il ventre alle vacche.
La gana stessa, mostrandosi per la prima volta in carne ed ossa, si mise subito all’opera e dal latte, appena munto, con meravigliosa rapidità, cominciò a modellare forme di formaggio.
Ogni volta, le bastavano due giorni per terminare il lavoro. Per il resto, la sua presenza era di difficile interpretazione, relegata nel fondo dell’aria, a improvvisi cambiamenti atmosferici, spesso preceduti da aromi comuni di terra, di fiori, di cielo, di nuvole, di pietre…
Il pastore lo sapeva bene: era proprio l’acuirsi dell’olfatto a segnalarne il passaggio. Lui ricambiava come poteva, raccogliendo al volo la fragranza con le mani unite a coppa.
Di notte, invece, le belle visioni e i miseri sogni s’aggrovigliavano, togliendogli spesso il fiato, accompagnati dalla sensazione di una perfetta, felice, solitudine che restituiva subito il sonno e chiamava nuove immagini.
Evidentemente, la gana sapeva intrecciare presente e passato, rimescolarli in un’unica corrente senza moto, dove il prima e il dopo, l’alto e il basso avessero poca o nulla ragione per opporsi, dividendosi come fanno i pensieri e le emozioni.
L’acqua, celata nel crepaccio, continuava ad innalzarsi e a ricadere lungo lo stesso asse. La valle irrigata viveva nella grazia astratta, minuta e senza peso, d’ogni perpetuo attimo.
L’autunno arrivò preciso, nel tempo assegnatogli, lasciando declinare le cose in modo diverso.
Con le prime nevicate, la mandria dello straniero era già in valle, per farsi ammirare. Le bocche dei paesani traboccarono di elogi e d’invidia.
A carnevale, trovò moglie, facendo scorrere lentamente gli ultimi mesi invernali.
Poi, tornò l’estate e la coppia salì insieme a Ferméda. Il pastore non più straniero pensava ancora alla gana, imbarazzato e silenzioso.
L’allegria della moglie, la sua buona volontà gli parevano fuori luogo lassù. Era incalzato dai ricordi che si riaffacciavano con una dose pericolosa di mistero e d’intimità.
Quella sera stessa, la gana si presentò a tutti e due in forme umane: forte, decisa, padrona di gesti e parole già usate. Anche bella per quanto le concedesse la sua natura fatale.
La sposa si sentì mancare. Reagì e prima che l’emozione potesse di nuovo travolgerla, prese un sasso, gettandolo contro la gana. Il sasso attraversò la figura beffarda a cui non servirono parole per maledire l’uomo, la donna e il luogo che si erano scelti.
Fu così che la valle iniziò a perdere qualcosa, offuscando la propria immagine.
Il torrente s’intorbidì e rallentò fino a sparire del tutto; l’erba seccò e gli uccelli rimasti cambiarono lingua, ritirandosi sui picchi; l’uomo e la donna, offesi dal destino, si chiusero in se stessi, compiendo con fatica i più semplici gesti.
Dopo l’abbandono della gana, il pastore tentò a lungo di raggiungere il crepaccio da cui scaturiva la fonte e le acque celesti e sotterranee si univano, formando un’unica colonna di nascite e rinascite.
Era come se la montagna avesse deciso di allungare i propri silenzi fino al punto di non dire, di lasciare che le risposte sotto gli occhi di tutti fossero cambiate in domande ossessive.
Persa l’entrata, si vedeva ancora una vena, giusto un filo d’acqua luccicare sul ghiaione, affiorare e scomparire, risucchiato dallo sfasciume di rocce.
Marito e moglie si misero a scavare, seguendo la traccia, allargando il fosso e collegandolo con una via aerea di tronchi, tagliati e svuotati, attraverso cui si udisse insieme al gorgoglio dell’acqua anche il fruscio del tempo, passato al setaccio.



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Miti ladini delle Dolomiti – Le Signore del tempo
di Nicola Dal Falco
 

con le glosse e il saggio Nei Labirinti del tempo di Ulrike Kindl  
foto di Markus Delago

Istitut Ladin Micurà de Rü   www.micura.it
 

Palombi Editori www.palombieditori.it

Roma 2013
pagine 208
15 euro



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I miti ladini delle Dolomiti presentati al Senato della Repubblica italiana il 20 febbraio 2014 : 



 

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