lundi 14 mars 2011

Elio Di Michele : Er Ber Paese - 1831 - langue de Rome

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Gira per il web un sonetto in romanesco molto divertente firmato Giuseppe Gioachino Belli. Ovviamente è di qualche bello spirito che ha fatto uno scherzo: quando Belli scriveva l’Italia era ancora un sogno da realizzare e non c’erano ancora Atenei che vedevano partire i “cervelli” per altre nazioni.
Ma certo erano tempi brutti anche i suoi, eccome! Tempi terribili, corrotti e oscuri, su cui nei suoi sonetti fa parlare i romani, col loro dialetto così colorito e denso di significati.
Nella sua Introduzione del 1831 alla pubblicazione dei suoi sonetti, il Belli scrive “Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che è oggi la plebe di Roma. In lei sta un certo tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l’indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizi, le superstizioni, tuttociò insomma che la riguarda, ritiene una impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo... i nostri popolani non hanno arte alcuna: non di oratoria, non di poetica, come niuna plebe n’ebbe mai. Tutto esce spontaneo dalla natura loro, viva sempre ed energica, perché lasciata libera nello sviluppo di qualità non fittizie...” e anche questo sonetto che gira per il web è nella la tradizione romana delle pasquinate e in quella degli spiriti romani dei sonetti del Belli, che - siamo certi - avrebbe certamente sorriso leggendolo.





Er Ber Paese



Mentre ch’er ber paese se sprofonna
tra frane, teremoti, inondazioni-
Mentre che sò finiti li mijioni
pe turà un deficì de la Madonna.
Mentre scole e musei cadeno a pezzi
e l’atenei nun c’hanno più quadrini
pe la ricerca, e i cervelli più fini
vanno in artre nazzioni a cercà li mezzi.
Mentre li fessi pagheno le tasse
e se rubba e se imbrojia a tutto spiano
e le pensioni sò sempre ppiù basse,
una luce s’è accesa nella notte.
Dormi tranquillo, popolo itajiano:
a noi ce sarveranno le mignotte.




Elio Di Michele





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2 commentaires:

Anonyme a dit…

Il famigerato sonetto dello Pseudo Belli

Potenza del web! Il sonetto (in versione non corretta e originariamente senza alcun titolo)) è di mio fratello M.G., il quale, in una mail inviata il 23 novembre scorso a 24 tra parenti stretti ed amici,aveva premesso scherzosamente le seguenti parole: “Carissimi, nelle mie peregrinazioni in vecchie biblioteche ho trovato un inedito belliano. Mi ha colpito subito il livello assai più basso del sonetto rispetto alla produzione del grande Belli, tant’é che ho pensato all’opera di un suo rozzo e tardivo imitatore. D’altra parte come si dice:’Quandoque dormitat Homerus noster’ Dormicchia talvolta il nostro Omero; poteva dormicchiare anche il nostro infaticabile Belli. Comunque, al di là dell’attribuzione, ve lo mando, se non altro come testimonianza di un’epoca”.
Poi tutto si è ampliato in progressione geometrica. Può interessare quanto ha scritto recentemente all’autore del sonetto uno dei più grandi studiosi di Belli: «Certo però evidentemente sei riuscito a intercettare un qualcosa che accomuna molte persone: di questo stavo scrivendo a una collega d’università, come cioè la diffusione ‘orale’ (in questo caso virtuale) e anonima sia irresistibile. Ed è buffo che adesso invece si sa chi è il famigerato anonimo…C’è da riflettere su quello che ti dicevo: perché una cosa come il tuo sonetto si è così diffuso, e anonimo, anzi gabellato per cosa di Belli? Perché riflette un “sentimento” comune e riesce a dire quello che tanti sappiamo? Perché la poesia, soprattutto quella in dialetto, “sembra” più libera di esprimersi? Perché l’anonimato (come succede per le favole, per le barzellette, e a pensarci bene anche per le parole) è più forte e potente?».
Analogamente al Vero Belli che consegnò a Monsignor Vincenzo Tizzani i suoi sonetti romaneschi per custodirli in una cassetta, con la disperata richiesta di bruciare tutto ad una prima, improbabile occasione, anche lo Pseudo Belli continua a farlo con me, Novello Monsignor Tizzani, e mi chiedo perché non li diffonda o non li bruci lui stesso. Comunque, al di là degli altri 48 (più o meno su temi analoghi) che intercorrono tra quel primo equivocato sonetto che ha suscitato tante reazioni e il cinquantesimo, al di là anche della ventina di sonetti ancora successivi, preso atto che cercando con Google l’ultimo verso di quell’ormai famigerato primo sonetto vengono fuori, attualmente, più di 40.000 risultati, e constatando che c’è anche qualche pubblicazione cartacea che lo diffonde a firma Giuseppe Gioachino Belli, mi sembra doveroso rendere pubblico almeno il citato 50° sonetto:

50 – L’equivoco

Ce sta quarche cervello sopraffino,
che letti du verzacci scritti in fretta,
ha penzato, je piji na saetta,
a la mano der Massimo Gioachino.

Uno sbajo accussì, bestie da soma,
è come scambià er giorno co la notte,
come pijà le sante pe mignotte,
come scambià la Lazzio co la Roma.

A parte er fatto che sti pochi verzi
a paragon de Belli è robba sciapa,
li fatti che s’allude so diverzi.

Na scusa c’è pe ste teste de rapa:
osserveno, e pe questo se so’ perzi,
che come allora ce comanna er papa.

E questo,come diceva padre Dante, ” fia suggel ch’ogn’uomo sganni.”
lution

Marsyas a dit…

Grazie dal contributo !!!
Sèrgi G. per Marsyas 2