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vendredi 14 juin 2013

Nicola Dal Falco : Le Signore del tempo - Uscita agosto 2013

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Le Signore del tempo



Prosegue la rilettura e riscrittura dei Miti ladini delle Dolomiti, iniziata con Ey de Net e Dolasíla e condotta su un doppio binario, letterario e saggistico, da parte di Nicola Dal Falco e di Ulrike Kindl, docente di germanistica all’Università Ca’ Foscari di Venezia.
 
Dopo la storia della caduta del regno di Fanes, preceduta dal racconto di Lidsanél, che ne rappresenta la più recente variazione sul tema e il vero antefatto mitico, costituito dalla vicenda di Moltina, il libro si era fermato a narrare dei Tre figli del Sole.
Ora, con il secondo volume, si riprende il filo della narrazione da ventuno storie, divise in tre sezioni di sette racconti, dedicate alle Signore del tempo. Signore che l’immaginazione carica di gesti e di prerogative diverse: le Regine, le Spose, le Parche a seconda del momento e dell’esito dell’incontro.
 
Il nuovo libro, Miti ladini delle Dolomiti – Le Signore del tempo, sempre edito da Palombi Editori in collaborazione con l’Istitut Ladin Micurà de Rü, continua ad alternare il testo letterario di Dal Falco con le glosse e il saggio Nei labirinti del tempo della Kindl, descrivendo il rapporto tra fato e destino, identificabile nel modello della triplice dea, su cui si regola l’alternarsi della luce e dell’ombra, l’ascesa e la caduta e, in definitiva, il cammino dell’anima attraverso la cosiddetta «gran passione» che la conduce a passare e ripassare il confine delle sette montagne di vetro, a scendere sulla terra e a tornare, poi, alla luce che l’ha generata.

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Miti ladini delle Dolomiti – Le Signore del tempo

di Nicola Dal Falco
con le glosse e il saggio Nei labirinti del tempo
di Ulrike Kindl

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Istitut Ladin Micurà de Rü : www.micura.it

Palombi Editori :  www.palombieditori.it -  Roma 2013 - pagine 272 - Uscita agosto 2013


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jeudi 2 mai 2013

N. Dal Falco : poesie e disegni dolomitici (3) - 2013

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Commossa e lieve cade la neve,
svelando la natura degli angeli,
l’intima niveità del cielo;

non a coprire, ma ad aggiungere
un metro o un piano.

Vibrando una stretta più lunga e fraterna,
la carezza che dal sonno è assorbita,
un bianco arcobaleno, non più sospeso.











illustrations
N. Dal Falco - 2013


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mercredi 24 avril 2013

N. Dal Falco : La dea ignota - disegni e poesie dolomitiche (2)

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La dea ignota


I


piccola o grande
disgrazia non conta

solo ci attende
il rombo del torrente

la sua famelica grazia
di cosa viva e sopita

quieta traiettoria
d’irrazionale potenza

anche ora che mostra
l’infima costola
sarà sua
l’ultima parola



II

prima che fossero d’alberi ombre
che il cielo mostrasse all’aurora
il suo canto
altre ombre s’univano al buio
al vuoto senza spigoli
un verticale abbandono
correva senza direzione

poi
all’esofago s’appresero sillabe
gesti squarciarono l’aria
un ansito di danza
e fuochi con tracce
vermiglie





III


ancora danza
sul filo di fumo
la dea ignota

nera in volto
ghignante

nel cerchio di cagne
che non temono
uomini e rovi

libere come nubi
come erba nei fossi


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samedi 20 avril 2013

N. Dal Falco : disegni e poesie dolomitiche (1)

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Ogni mese
ha in conto ventuno,
la sua primavera,
tempo che preme
con chiara potenza.




le montagne ci guidano
con una domanda di strada:
da che parte?
hanno il loro modo di riflettere,
mostrandosi nel corpo,
tutte se stesse,
perciò il silenzio in alto
è più profondo;

solo lo sguardo cede allo sguardo
e la via appare così, all’improvviso;
nessuna natura eguaglia la pura
esistenza delle montagne,
l’intenzione di dire senza tormenti,
solo mostrando tutte se stesse







illustrazioni N.Dal Falco - 2013



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lundi 14 janvier 2013

N. Dal Falco / Ciclo Aurona : Incontro a Palazzo Tori di Camaiore, giovedì 17 gennaio

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Incontro a Palazzo Tori di Camaiore, giovedì 17 gennaio, ore 15
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Donna e dea madre, mito, archeologia e psicanalisi
Una mostra e un libro raccontano l’immaginario 
mitico femminile


Camaiore – La mostra La donna e la dea madre nell’archeologia del Mediterraneo, organizzata a Palazzo Tori in collaborazione con gli studenti della IV A e B del Liceo artis tico Stagio Stagi di Pietrasanta, coordinati dai professori Claudio Marchetti, Katia Chicchi e Anna Torcigliani offre l’occasione per mettere a confronto alcuni miti mediterranei, la letteratura e la psicanalisi. 
Durante l’incontro, promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Camaiore, dal Civico Museo Archeologico, dal Dipartimento di Salute Mentale della Versilia con la partecipazione delle Associazioni dei familiari dei pazienti sarà presentato il libro Miti ladini delle Dolomiti Ey de Net e Dolasíla di Nicola Dal Falco, edito dall’Istitut Ladin Micurà de Rü e da Palombi Editori.
Il volume, con le glosse e il saggio Raccontare le origini di Ulrike Kindl, germanista dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, rilegge e riscrive i racconti frammentari, sedimentatisi nelle Dolomiti e incentrati su una visione del mondo basata sull’alternarsi dei cicli dove la protagonista assoluta è la dea lunare nei suoi tre aspetti di luna crescente, luna piena e luna nera.
Le vicende di Occhio di Notte e di Dolasíla come di Tsicuta e Spina de Mul andrebbero, per ragioni antropologiche, iconologiche e poetiche, inserite nell’ambito di un contesto più antico e mediterraneo anziché medievale e germanico come aveva pensato Karl Felix Wolff all’inizio del Novecento.

Dopo i saluti di Veronica Cortopassi, Assessora alla Cultura del Comune di Camaiore e di Mario Di Fiorino, primario del Dipartimento di Salute Mentale della Versilia, che hanno reso possibile questo incontro tra linguaggi che attingono al mito, spetterà a Stefania Campetti, responsabile del Civico Museo di Camaiore di introdurre il tema della serata.
Sarà, invece, Daniela Toschi, psichiatra e dirigente medico, a stabilire i punti di contatto tra le figure delle storie narrate e l’indagine psicologica con un intervento dedicato a La dea forclusa: il “non detto” della regina dei Fanes e la caduta di Dolasíla mentre la scrittrice Marisa Cecchetti si occuperà della Parola lieve del mito.
Durante l’incontro verrà proiettato il video I tre colori della dea di Andreas Linder :

«Ci fa molto piacere essere coinvolti in iniziative che nascono nel nostro territorio e che hanno un notevole spessore culturale – sottolinea il professor Mario Di Fiorino, primario del Dipartimento Salute Mentale Azienda USL Versilia - questa mostra del Civico Museo Archeologico di Camaiore è particolarmente interessante, mostrandoci aspetti poco conosciuti delle radici della cultura mediterranea.
«Il mito e l'archeologia inevitabilmente coinvolgono noi psichiatri, da sempre interessati a tutto ciò che è profondamente umano».

«Per dare alle storie ladine la veste letteraria che meritano – mette in evidenza Daniela Toschi, psichiatra, dirigente medico - Nicola Dal Falco decostruisce, con decisione, la ricostruzione che di esse aveva fatto Wolff tra Ottocento e Novecento. Quindi, per ricostruirle di nuovo senza tradire gli elementi originari così messi in luce, si è immerso in quell'aurorale contatto col mondo da cui, secondo Cesare Pavese, nascono i miti.
«È all'età del bronzo che risalirebbe il materiale primigenio delle saghe dei Fanes, e del bronzo conserva i bagliori, ma l'autore non trascura di valorizzare, quando è necessario, anche le impronte che le sferzate del tempo hanno lasciato sulla duttile materia del mito. Che, inevitabilmente, ci rimanda parti di noi, attualissime.
«Si tratta talora di ricchi frammenti, talora di racconti labirintici, attraverso i quali l’autore ci guida alla ricerca degli eterni del mito, che poi sono gli eterni della condizione umana. La lettura è sorprendente, mai definitiva.
«Le glosse e il saggio finale di Ulrike Kindl conferiscono valore di verità al mondo stupefacente (luoghi, personaggi, avvenimenti) che ci viene presentato».

«Dal Falco avvicina il suo linguaggio, talora narrativo, talora rarefatto e lirico, a quello concreto della Kindl – commenta Marisa Cecchetti, scrittrice lucchese - aggirandosi con disinvoltura dentro la leggenda.

«Il mito, il simbolo, gli permettono di andare oltre la realtà, e lui dimostra di subirne tutto il fascino».


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vendredi 28 décembre 2012

N. Dal Falco : La Déesse sur l’Alto Nuvolao (traduction Française - Chapt 2 légende de Aurona - Mythes de la tradition Ladine)

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La Déesse sur l’Alto Nuvolao




Traduction française François Simon







Ceci est l’histoire d’une chute, la chute d’un royaume. Des choses qui arrivent quand les destins changent et que le temps accélère sa course circulaire. C’est un moment confus, où le chevauchement de lumières et d’ombres agite le fond du miroir.  La lutte qui se déclenche, inévitable et terrible, alimente l’espérance, génère des aventures, mais elle est sans remède, parce qu’avec elle se referme le  cycle. 

Ici s’épuise toute l’énergie accumulée, la foi, l’avidité, l’honneur, l’astuce, la pureté, et surtout, la connaissance des choses sacrées. 

Il manque la possibilité d’aller ailleurs. Le héros  ne s’embarque pas,  il reste au bord de la rive, limite toujours disputée, et il accepte la fin. La scène initiale avec le ciel qui s’assombrit à cause de du vol de la Déesse, qui a pris son apparence de «variul», le vautour royal aux serres d’or, correspondra à la scène finale où la reine, privée de son royaume, sort du flanc de la montagne et fait le tour du lac sur une barque. Elle attend et peut-être que cette attente est la seule attitude qui puisse donner un sens à la  circularité de la vie. 

D’un côté il y a le regard, décoché d’en haut, et de l’autre, comme conséquence inéluctable, la fixité du lac, un œil terrestre qui ne capture que des images réfléchies. 
Toutefois, pour tracés qu’ils soient, les destins ne sont pas égaux entre eux: celui qui savait et ne dit mot ou celui qui ne veut pas savoir est perdu deux fois, et la Déesse le transforme en instrument de la fin, en serre. 

Peut-être est-ce aussi un récit de nuages, où un voile cache à la vue les signes célestes, annonçant ainsi la rupture du pacte. 
Rien ne pourra s’y opposer, car tout est écrit, mais le mal qui en découle est directement proportionnel à la somme des erreurs. 
Reste à savoir si la première erreur de la Reine, son aveuglement, est un effet direct de la lumière qui émane de la Déesse, et  si  par conséquent elle est due à un dessein ab aeterno? 
La réponse la plus cohérente est qu’entre Destin et destinées il existe de toute façon un espace infime, de l’épaisseur d’un cheveu, où se joue la bataille de la vie. 
Son offre mystérieuse permet au moins de choisir au nom de qui elle doit être livrée. 

L’alternance de victoires et de défaites entame à peine la synchronie des cycles. 
Ce qui compte, ce sont les césures où, comme dans le rythme des marées, croît et décroît la sagesse des hommes, de sorte que pour finir, c’est la connaissance qui constitue le véritable enjeu.
Depuis toujours une alliance secrète, connue seulement des rois et de leur famille, liait le sort du royaume des Fanes aux marmottes. C’étaient elles, racines vivantes, qui tenaient l’une des deux extrémités de l’existence, jetée comme une corde entre passé et présent. Si elles n’avaient plus rempli ce rôle, le temps aurait fait des remous, compromettant la succession des évènements, laissant en suspens dans un gouffre tout le peuple, à commencer par ses guides.

La Déesse intervint quand la Reine,  qui avait pris pour mari un prince étranger,  ne lui révéla pas le pacte avec les marmottes,  ancêtres qui lui semblèrent trop humbles pour pouvoir subjuguer l’esprit de son époux.  C’est pourquoi, au lieu de l’en informer, elle préféra se taire. Bien qu’un tel silence soit grave, les noces furent célébrées, et par sa volonté  l’étranger devint roi des Fanes.  Cédant à un faux orgueil, la Reine privait son mari de la vraie consécration, elle lui ôtait le droit à la couronne, plaçant toute action future en conflit ouvert avec l’ancien équilibre. En un certain sens, elle le condamnait à rester ce qu’il était : un étranger, le poussant ainsi  à se comporter  d’abord en usurpateur, puis à trahir.


Un jour que le roi suivait une harde de chamois sur le Alto Nuvolao, il trouva un petit vautour au milieu d’un pierrier. Cela ne lui était jamais arrivé, et il décida de s’emparer. Il l’avait mis dans sa besace quand il se sentit enveloppé dans un courant d’air.  Tournant les yeux, il eut à peine le temps de protéger son visage du bec de la Déesse qui lui arracha un pan de son manteau.  Il avait laissé son cheval plus bas et dut se mettre à courir, en levant son bouclier.  De temps en temps, quand les attaques se faisaient plus menaçantes, il s’arrêtait  et essayait de frapper l’oiseau avec sa lance. Le vautour, en plongeant, crachait des flammes, et ses serres d’or brillaient. Puis brusquement il s’envola plus avant et atteignit un rocher, juste au début  du sentier qui descendait vers la vallée. Ayant replié  ses grandes ailes, il commença à parler : « Je viens de l’île des Hommes-qui-n’ont-qu’un-bras; c’est là que je règne. Libère mon fils et tu seras puissant ». Le roi se contenta de faire un signe sans répondre. Le  vautour n’était pas pressé, et il renouvela sa demande. Cette fois, le oui se fit clairement entendre.  «Alors, répondit le vautour, nous scellerons notre pacte par un échange». «Quel échange» ? 

«Chez les Fanes, il est d’usage que celui qui conclut une alliance offre à l’autre l’un des jumeaux à naître». «Le pacte, ajouta-t-il, ne doit être révélé à personne ». «D’accord, personne n’en saura rien - dit le roi - pas même la reine. Eh bien, reprends ton fils et si j’ai des jumeaux, l’un d’eux sera à toi».

lundi 8 octobre 2012

Nicola Dal Falco : La Dea sull’Alto Nuvoláu

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La Dea sull’Alto Nuvoláu
di Nicola Dal Falco
 
 
 
Questa è la storia di una caduta, la caduta di un regno. Cose che accadono quando mutano i fati e il tempo affretta la propria corsa circolare.
È un momento confuso, in cui l’accavallarsi di luci e di ombre agita il fondo dello specchio.
La lotta che si apre puntuale e terribile alimenta la speranza, genera imprese, ma è senza riscatto, perché segue la chiusura del ciclo.
Qui, si esaurisce tutta l’energia accumulata, la fede, l’avidità, l’onore, l’astuzia, la purezza e, soprattutto, la conoscenza  delle cose sacre.
Manca la possibilità di andare altrove. L’eroe non s’imbarca, resta lungo la riva, confine sempre conteso, e accetta la fine.
La scena iniziale con il cielo che si oscura per il volo della Dea, che ha assunto il suo aspetto di variul, il regale avvoltoio con gli artigli d’oro, corrisponderà a quella finale in cui la regina, privata del regno, esce dal fianco della montagna e compie il giro del lago su una barca. Attende e forse l’attesa è l’unico atteggiamento che può dare senso alla circolarità della vita.
Da una parte, c’è lo sguardo vibrato dall’alto, dall’altra, come inevitabile conseguenza, la fissità del lago, un occhio terreno che cattura solo immagini riflesse.
Tuttavia, per quanto segnati, i destini non sono uguali fra loro: chi sapeva e non dice o chi non vuole sapere è perso due volte e la dea lo trasforma in strumento della fine, in artiglio.
Potremmo anche considerarlo un racconto di nuvole, dove un velo interrompe la visione dei segni celesti, annunciando in questo modo lo scioglimento del patto.
Nulla sarà in grado di opporvisi, dato che tutto è scritto, ma il male che ne deriva è direttamente proporzionale alla somma degli errori.
Resta però il dubbio se il primo sbaglio della regina, il suo accecamento, sia o no un effetto diretto della luce che emana dalla Dea e parte, quindi, di un disegno ab aeterno.
La risposta più coerente è che tra fato e destini esista comunque uno spazio minimo, ampio quanto lo spessore di un capello, dove si gioca la battaglia della vita.
La sua misteriosa offerta consente almeno di scegliere in nome di chi combatterla.
L’alternanza di vittorie e sconfitte scalfisce appena la sincronia dei cicli. A contare sono gli a capo dove, come nel ritmo delle maree, sale o decresce la saggezza degli uomini, in modo che, alla fine, risulti proprio la conoscenza la vera posta in palio.
Da sempre, un’alleanza segreta, nota solo ai re e ai loro congiunti, legava le sorti del regno dei fanes alle marmotte.
Erano loro, radici vive, a stringere uno dei due capi dell’esistenza, gettata come una cima tra passato e presente.
Se questo ruolo fosse venuto meno, il tempo avrebbe ondeggiato pericolosamente, compromettendo la successione degli eventi, lasciando sospesi nel baratro tutto il popolo a iniziare dalle sue guide.
La Dea si era mossa quando la regina, che aveva scelto come marito un principe straniero, non gli rivelò il patto con le marmotte, antenati che le parvero troppo umili per poter soggiogare l’animo dello sposo. Perciò, anziché informarlo, preferì tacere.
Malgrado la gravità del silenzio, vennero celebrate le nozze e per sua volontà lo straniero divenne re dei fanes.
Affidandosi ad un falso orgoglio, privava il marito della principale consacrazione, ne alienava il diritto alla corona, ponendo ogni futura azione in aperto contrasto con l’antico equilibrio. In un certo senso, lo condannava a restare quello che era, uno straniero, spingendolo così, prima a comportarsi come usurpatore e poi a tradire.
Un giorno che il re seguiva un branco di camosci sull’Alto Nuvoláu, trovò in mezzo alla pietraia un piccolo avvoltoio.
Non gli era mai capitato e pensò di prenderlo. Lo aveva messo nel sacco quando si sentì avvolgere da una corrente d’aria.
Girando lo sguardo, fece appena in tempo a proteggersi il viso dal becco della Dea che gli strappò un lembo del mantello.
Aveva lasciato il cavallo più in basso e dovette mettersi a correre, tenendo alto lo scudo. Ogni tanto, quando gli affondi si facevano più vicini, si fermava cercando di colpire
l’uccello con la lancia.
L’avvoltoio, abbassandosi, sputava fiamme, facendo brillare gli artigli d’oro.
Poi, all’improvviso, volò più avanti e raggiunse un masso, proprio all’imbocco del sentiero che scendeva verso valle. 
Ripiegate le grandi ali, iniziò a parlare: «Vengo dall’isola degli uomini con un braccio, è lì che regno. Libera mio figlio e sarei potente». Il re si limitò a fare un cenno senza rispondere L’avvoltoio non aveva fretta e ripeté la domanda.
 
Questa volta, si sentì chiaro un sì.
 
«Allora - rispose l’avvoltoio - sigilleremo il patto con uno scambio».
«Quale scambio»?
«Tra i fanes è consuetudine che chi si allea offre all’altro uno dei gemelli che nascerà».
«Il patto - aggiunse - non deve essere rivelato a nessuno».
«D’accordo, non lo saprà nessuno - disse il re - nemmeno la regina, riprendi pure tuo figlio, se avrò dei gemelli, uno dei due toccherà a te».





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Tratto da:

Miti Ladini delle Dolomiti
Ey de Net e Dolasíla
di Nicola Dal Falco
con il saggio Raccontare le origini
e le glosse di Ulrike Kindl
foto di Markus Delago


Istitut Ladin Micurà de Rü
 www.micura.it

Palombi Editori
 www.palombieditori.it

Roma – 2012
pagine 264
15 euro

jeudi 12 juillet 2012

Nicola Dal Falco : Le frecce d’argento

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Le frecce d’argento
di Nicola Dal Falco





Il re non capì subito, perché la figlia avesse gettato la polvere grigia nel lago, glielo aveva annunciato come se fosse una cosa solenne, una cosa giusta da fare.
Cercò, quindi, di controllare il proprio disagio, aspettando che il racconto proseguisse e quando Dolasíla disse a tutti che il lago sarebbe fiorito, la osservò soddisfatto, credendo di vedere in lei un parte di sé.

La semina lo avrebbe reso potente, ma intanto occorreva fare la corazza.
La pelle di marmotta venne tirata e sagomata sul corpo della principessa. Le calzava come la sua stessa pelle.

Da bianca era diventata lattea, quasi trasparente.
In realtà, pareva che Dolasíla camminasse nella luce, rivestita e armata di raggi.
Lo si notava meglio ad una certa distanza e l’effetto finiva per ingraziosirla, pur rendendola estranea.
La forza del bianco, la magia della corazza, leggera e indistruttibile, attirava e confondeva chi la ammirasse.

Il lavoro proseguì con il vaso che, messo sul crogiolo, dette abbastanza argento per forgiare un arco scattante, capace di flettersi al minimo tocco, mentre le gocce cadute sopra la pietra più venivano raschiate e più parevano spesse.
Alla fine, con la sola limatura furono fatte le trombe per l’esercito. Il loro suono non aveva paragoni, spandendosi come l’azzurro.

Passarono i giorni e a luna gonfiò l’intero profilo, tornando immensa e soccorrevole, lassù pura come pietra, quaggiù insinuante, serpentina, a sillabare tra i rami e sull’acqua. Dal cielo si rovesciava un fiume intatto che scorrendo in vortici silenziosi, levigava e colmava le asperità del mondo.
Un occhio potente, senza ciglia, ne fissava i contorni e la nera materia, soppesando per ogni cosa necessità e azzardo.



Il re vide che era tempo di recarsi in riva al lago, dove l’accolse una musica fine.
Il lago nascondeva le sponde sotto un siepe di canne d’argento che, muovendosi alla brezza del mattino, ritmavano un suono di sistri: quel suono imprecisabile dello strumento che ha la forma della Dea e un’anima metallica.
Al centro dello specchio d’acqua, si era come rotto il guscio e la superficie vibrava di fiori simili a gemme, a ghirlande di onice e diaspro, d’ambra e calcedonio… tutti i frutti che la terra serra in grembo galleggiavano ai primi raggi di sole.
Il re si affrettò a far tagliare le canne, offrendo all’arco di Dolasíla le migliori frecce possibili.

Bastava, infatti, incoccarle e tendere il filo, perché queste colpissero qualsiasi bersaglio, anche senza mirare, attraversando da parte a parte tronchi e rocce.
Ora, la principessa era pronta per la guerra.


Link to L’Istituto Ladino "Micurà de Rü"







Tratto da
Miti Ladini delle Dolomiti
Ey de Net e Dolasíla

di Nicola Dal Falco


con il saggio Raccontare
le origini
e le glosse
di Ulrike Kindl

Palombi Editori

2012 Roma

mardi 26 juin 2012

Nicola Dal Falco :Miti Ladini delle Dolomiti - Ey de Net e Dolasíla

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Per una riscrittura e rilettura delle storie del regno di Fanes

L’Istitut Ladin Micurà de Rü

presenta Miti ladini delle Dolomiti



Un nuovo libro, edito da Palombi Editori in collaborazione con l’Istitut Ladin Micurà de Rü, intitolato Miti ladini delle Dolomiti Ey de Net e Dolasíla, narra attraverso il doppio linguaggio del racconto e del saggio il destino del regno di Fanes, grazie alla stretta collaborazione tra lo scrittore Nicola Dal Falco e Ulrike Kindl, docente di germanistica all’Università Ca’Foscari di Venezia.

Lo fa, rileggendo e riscrivendo i temi, elaborati quasi un secolo fa da Karl Felix Wolff.
Sforzo, iniziato due anni fa, che ha permesso di ritrovare il filo nascosto di una tradizione d’origine mediterranea, risalente verosimilmente all’Età del bronzo.
Le vicende di Occhio di Notte e di Dolasíla come di Tsicuta e Spina de Mul vanno, per ragioni antropologiche, iconologiche e poetiche, inserite nell’abito di una mitologia dove le Dolomiti, i cosiddetti Monti pallidi, sono il luogo in cui si colloca la scena divina che ha per protagonista assoluta la Dea lunare nei suoi tre aspetti di luna crescente, luna piena e luna nera.

Non si tratta, quindi, di vicende storiche per quanto antichissime; il regno non è un regno qualsiasi e i personaggi in gioco parlano e agiscono in nome e per conto del fato. Offrono una visione del mondo e, se vogliamo, una “fede” che aiuti a spiegare l’alternarsi dei cicli, l’innalzarsi e il declinare delle fortune terrene.

«Scrivere, prendendo spunto da un altro testo – sottolinea Nicola Dal Falco – fortemente caratterizzato da un punto di vista romantico come quello di Wolff non è stato facile. Ha imposto la ricerca di un nuovo linguaggio che non concedesse nulla all’immaginario medievaleggiante e che potesse andare al cuore del mito, di una storia senza tempo.
«Il libro inizia dalla nascita geologia delle Dolomiti, cresciute come atolli nel bel mezzo della Tetide e poi innalzate per effetto dell’attività vulcanica. Prosegue con la leggenda più recente, quella di Lisdanél e del mito primevo, legato alla Croda rossa, colore della dea all’apice del suo splendore.
«Tocca poi al racconto della caduta del regno di Fanes spiegare come l’abbandono del rapporto privilegiato con gli antenati marmotte e il ricorso eccessivo alla potenza di armi magiche affretti il cammino verso l’inevitabile fine.
«La dea ha deciso e l’attesa di un tempo promesso resterà sospesa e affidata a misteriosi segni soprannaturali.

Il libro ha ancora qualcosa da dire, inserendo in chiusura il racconto de I figli del Sole, legato all’eterna lotta tra luce ed ombra».

Ad occuparsi della stampa e della divulgazione del libro è la Palombi Editori, la più antica Casa Editrice romana. Sin dal 1914, anno della sua fondazione, Palombi Editori ha rivolto la sua attenzione alla progettazione e alla realizzazione di volumi, consacrati allo studio, alla conoscenza e alla valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici dell'Italia e di Roma, con particolare cura nei confronti della veste tipografica ed editoriale. Da sempre è un punto di riferimento per le più importanti Istituzioni culturali italiane ed internazionali, presenti nel nostro Paese.
«Le Dolomiti – sottolinea Francesco Palombi, amministratore unico della Casa Editrice Palombi - sia in estate sia d’inverno, sono state il luogo delle mie vacanze a stretto contatto con la natura. «Osservare le marmotte ed i camosci nel parco delle Dolomiti di Fanes o i caprioli dei boschi del Gardenese così come gli straordinari paesaggi invernali del più bel comprensorio sciistico del mondo accompagnano la mia vita sin dall’infanzia».

Miti Ladini delle Dolomiti
Ey de Net e Dolasíla

di Nicola Dal Falco

con il saggio Raccontare le origini
e le glosse di Ulrike Kindl
foto di Markus Delago


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Istitut Ladin Micurà de Rü
www.micura.it


Palombi Editori
www.palombieditori.it
Roma – 2012
pagine 264
15 euro



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samedi 26 mai 2012

Le Dolomiti a Bologna : Il mito ladino di Aurona tradotto e letto in catalano e castigliano

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Le Dolomiti a Bologna,
incontro all’associazione Hispania



Il mito ladino di Aurona tradotto e letto in catalano e castigliano


Hispania
via Vallescura 12/2
Bologna
tel. 342.1047100


www.asociacionhispania.it


Bologna – L’associazione culturale Hispania ospita, venerdì 1° giugno, alle ore 18.30, la lettura in italiano, in catalano e in castigliano di uno dei miti ladini delle Dolomiti.
Aurona ovvero Il paese dell’oro e delle luci è un racconto scritto da Nicola Dal Falco e pubblicato in collaborazione con L’Istitut Ladin Micurà de Rü e la Società Dante Alighieri di Bolzano.
Appartiene alla storia della caduta del regno di Fanes, i cui antichissimi frammenti furono raccolti di bocca in bocca da Karl Felix Wolff, agli inizi del Novecento e rielaborati secondo il gusto e la cultura tedesca del tempo.
Nicola Dal Falco insieme alla professoressa Ulrike Kindl, docente di germanistica all’università Ca’Foscari di Venezia, massima esperta di Wolff, hanno lavorato insieme per due anni alla riproposizione di quei miti, risalenti all’Età del bronzo di cui Aurona rappresenta uno dei frammenti più interessanti.
Ma soprattutto, con Est Ovest Aurona, è stata disegnata una mappa linguistica che abbraccia, attraverso le traduzioni in friulano, ladino gardenese, romancio sursilvan, provenzale e catalano, un arcipelago di idiomi con una straordinaria comunanza di aspetti.
La serata di letture in italiano e catalano sarà condotta da Yolanda Sabatè, presidente dell’Associazione culturale Hispania, insieme a Nicola Dal Falco, Ulrike Kindl e Oscar Banegas Garrido, autore della traduzione in catalano e in spagnolo.


traduzioni di Aurona



Dall’introduzione di Est Ovest Aurona:

Aurona è, in origine, un nome geografico che nell’arco alpino ricorre sia a est che ad ovest: nell’alta Val d’Ossola, il ghiacciaio d’Aurona chiude la salita verso l’omonima bocchetta, e nelle Dolomiti un ruscelletto nelle zone della Marmolada porta lo stesso nome: ruf d’Aurona.
L’etimologia è incerta, ma l’assonanza con aurum ha associato il toponimo con leggende che parlano di tesori persi. L’Aurona delle Dolomiti ha ispirato il racconto di Nicola Dal Falco, che per la prima volta percorre la strada da est a ovest, dalle Alpi Carniche, passando per le Dolomiti centrali e il cantone dei Grigioni fino a lambire la Provenza e la Catalogna, un viaggio dentro l’arcipelago degli idiomi ladini, dove un’unica lingua si può declinare in molte favelle.
Ma che tipo di lingua è?
Era Isaia Graziadio Ascoli, il padre della glottologia italiana, che nei Saggi ladini del 1873 diede un profilo e un nome a questa lingua che le varie genti, a loro volta, indicano con i nomi più disparati.
Un'unica lingua ladina, cioè una comune lingua nazionale, non esiste. Esistono solo tante parlate diverse, ma simili. Il ladino arcaico si è formato durante i lunghi secoli del dominio romano, dopo l’inglobazione dell’arco alpino nel mondo classico latino, una lingua romanza, quindi, parente stretta delle grandi lingue nazionali come ad esempio l’italiano e il francese.
Ma le tante favelle non trovarono mai il punto di aggregazione per crescere fino a diventare la lingua di uno stato.
È, oggi, una lingua minoritaria, conservata in alcune isole geografiche. Le traduzioni che presentiamo non corrispondono, quindi, ad altrettante lingue, ma sono cinque idiomi appartenenti ad un unico ceppo: friulano, ladino gardenese, romancio sursilvan, provenzale, catalano.







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dimanche 30 octobre 2011

N Dal Falco : Aurona, Lou pèys de l’or e de las luts - Traduction en béarnais par des membres du Collectif Biarn Toustém

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LE PAYS DE L’OR ET DES LUMIÈRES


Traduction en béarnais
par des
membres du Collectif Biarn Toustém


(André Joly-Subervielle et Jean-Marie Puyau)



Préambule orthographique

Nous devrions dire « graphique » car il ne s’agit aucunement de dicter des règles mais ici de faire une expérience scripturale.
Il existe à l’heure actuelle deux types de graphies pour enseigner ou diffuser le béarnais. Ces deux types se définissent mutuellement par leur origine et leur date de naissance.

• Le plus ancien, originaire du Béarn, est la graphie de Vastin Lespy (1817-1897), enseignant palois du XIXè, auteur de nombreux ouvrages de référence (grammaires, dictionnaires…), républicain convaincu. Sa graphie, fondée sur la mise à jour des traditions scripturales médiévales béarnaises, sera revisitée par le félibrige béarnais et gascon en 1900 et 1905, sans omettre quelques menus aménagements opérés par Simin Palay, auteur du monumental Dictionnaire du Béarnais et du Gascon Modernes, Paris, CNRS, 2ème édition, 1974, 1039 p.

• Le plus récent, originaire du Languedoc, est la graphie de Louis Alibert (1884–1959), pharmacien audois, auteur d’une Gramatica occitana en 1935, d’un dictionnaire (…) et partisan actif du régime nazi notamment pendant la guerre 39-45. Cette graphie, au lourd passé, est appelée « classique », « normalisée », « alibertine », « occitane » ou récemment « de l’Éducation Nationale ». Cette dernière appellation n’est pas tout à fait exacte, il conviendrait de dire « de l’Académie de Bordeaux » car l’Éducation Nationale ne recommande officiellement aucun système graphique pour les langues régionales.
En Provence notamment, pour l’épreuve de provençal au baccalauréat, les candidats disposent de deux sujets au choix, l’un en graphie appelée « mistralienne », l’autre en graphie appelée « occitane ».

À texte savant, graphie savante…

Sur la base de la graphie béarnaise utilisée de nos jours par l’Escole Simin Palay, l’Institut Béarnais et Gascon, Parla beroy, Biarn Toustém (…), et à titre d’expérience, nous avons rétabli deux traits caractéristiques de la « scripta bearnesa » médiévale, repris en son temps par Vastin Lespy mais non retenus par le félibrige en 1900 et 1905. Celui-ci pensait en effet que ces traits étaient trop savants et constitueraient un frein au sauvetage du béarnais et du gascon. Cela aura-t-il été d’une quelconque utilité ? Hélas, l’histoire nous a répondu depuis longtemps à cette question !

Les deux traits en question sont :

1 • [ ʃ ] → (i)x : que luséix « ça brille » - que counéx « il connaît »…
2 • Les voyelles nasales finales • [ -ã ] → -aa : paa « pain »…
• [ -ẽ ] → -ee : plee « plein »…
• [ -ῖ ] → -ii : bii « vin »…

C’est donc avec un plaisir certain que nous vous présentons ces quelques lignes de béarnais vêtu en partie à l’ancienne, comme pour un jour de fête.
Bonne lecture






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Lou pèys de l’or e de las luts



Qu’éy ço qui disèn d’Aurona, deu reyàumẹ de debath tèrre, lou reyàumẹ de l’aboùndẹ : « el país de l’or e de las lumes ».

Prou estenut qu’ère, meylèu trop que-n ère enta que l’aperàssẹn û pèys. Û pèys oun ço qui coundabe lou méy qu’èren l’or e las luts qui l’emberouyiben coum û tabernàclẹ.

Preciouses que-n èren aquéres luts, més toutû, hicades toutes amasse, nou hasèn ço qui-s pot apera ûe luts. Que hasèn coum û cla de lûe héns lou clot de la mountagne. Per semblance dap la galihorce qui escounè, la serrade deu Padon aoun bat û gàbẹ aperat tabé Aurona, qu’éy escure coum la bouque d’û hour, que-s paréx mèrde-hèr apielat aus estréms d’û peridé dous pregouns.

Las rixésses ne sourtiben pas per escas, més soùnquẹ permou deu gran tribalh dous qui y demouraben e qu’èren lou frut d’û pàctou enter lou réy e l’ihèr.
Suban ço de coumbiengut, ne s’estanguerén pas yaméy. La soule coundicioû qu’ère que lou pùplẹ e demourèssẹ debath tèrre à tout yaméy. Enta-n barra l’entrade qu’abèn hicat ûe porte hèyte toute en or.

Aquéth reyaùmẹ qu’ère dilhèu pariè au dela, ou que-n ère ûe principautat de las màyẹs. Soul lou soû prìnci que counexè lou moùndẹ dous bius, la luts qui tournabe bàdẹ, e quin ère, à la fii, aquéth passàdyẹ deu die ta la noéyt, de la bite ta la mourt, qui-n goarantibe lou riquè e lou trop.

Au pregoun, l’or nou luséix pas, més que beluguéye xéns estanga-s, e lous òmis e las hémnes que goardaben toute la loue bite l’aparénci de bèrmis blancs.
Més en effèyt arréns, soùnquẹ lou réy d’Aurona, n’abèn pas yaméy bist la luts deu sourélh.

E pux, û bèth die, seguin ço qui-s passe héns toutes las istoères, ûe lampe que cadou, e û hourat que s’aubri héns lou téyt, desliuran û array de luts talhan, tan cla qui balhabe la hàmi de bagna-s’y.

Soùnquẹ ûe clatère estréte e separabe las quèbes d’Aurona deu rèstẹ deu moùndẹ.
Qu’éy de cap tad aquéth oélh enlugarniu que tirè l’û deus biélhs terradous. Que-u sufi d’apita ûe escale de las loungues enta espia per enla la houn de luts.

Tout que l’estarramouni, las formes, las coulous e la luts moustrouse qui permetè aquéth espectàclẹ de mau crédẹ. E quoan rentrè lou cap dehéns, que-s hiquè à esplica, à essaya coumparès.

De tan esmiraglat qu’ère, lous oélhs engoère plees de tout ço de bist, nou-s apercebou pas de tire de qu’ère badut abùglẹ.

Que tournèn tapoâ d’abor l’entredies. Toutû, medix xéns parla-n brigue, las paraules deu biélh qu’abèn ubèrt ûe brèque héns lou co deus abitans d’Aurona e sustout héns lou de la princésse Sommavida.


L’adirè qui l’embadibe, ço qui n’abè pas yaméy sentit au daban, nou-s apadzabe pas soùnquẹ en s’estan au ras de la porte coundannade deu reyàumẹ.
Aquiu, û arreboum de quàuqu’arré biengut d’aulhous, estranyè e carcat de degrèu, que-s y escadè à trauca la porte. Que-u semblabe d’enténẹ arroéyt, per bèth-cop û esmarroc ou bouts mesclades.

E dilhèu ére-medixe qu’abè essaya de secreteya quàuqu’arré de cap ta dehore.
Nou-s sap pas hère plaa quin la soûe bélhe estou descoubèrte per Odolghès, réy de Contrin, qui-s proumetou ad éth de desempresoâ la princésse.

Que truquè la porte dap l’espade pendén sèt dies. À la fii, que-s y escadou toutû à hénẹ û alan e à ha bada-u prou enta que, en seguin ad arroun Sommavida, tout lou pùplẹ d’Aurona e-s esbarriclèssẹ capbath deu moùndẹ, biran à de bounes lou cu à l’escu.

À force de truca sus la porte, la punte de l’espade deu réy que-s ère mesclade à l’or.
Sus ûe boune part, lou metau precious qu’abè remplaçat lou hèr, amuxan de que nou-s ère pas simplemén hicat per dessus, més que-s ère hounut dap éth, en sìnnẹ de puxance, de recounexénce.

La punte que lusibe tan au bèth miéy de las batsarres, que dén à l’espade e au soû mèstẹ, lou noum de « Sàbja da Fek », l’espade de hoéc.

Odolghès qu’espousè Sommavida, toutû nou boulou pas arré de las soûes rixésses.
Qu’éy tabé permou de’co qui lou moùndẹ e dexè de pensa à Aurona, desbroumban dap lou téms lou loc doun ère la porte.

Per la fii, ûe esbounide que-n tournè tapoâ l’entrade.
Quàuquẹs questioûs que demouren engoère. De qui ère « Sàbja da Fek » deu réy coumbatiu ou à la brembance d’Aurona, au soû hat ? E qui èren reelamén lous soûs abitans ?

Xéns desbroumba Sommavida doun lou noum sacerdoutau nou poudè pas soùnquẹ predìsẹ ûe hàmi de hoéyẹ.

Dilhèu enta tourna prénẹ û doùttẹ deya esprimat, lou réy d’Aurona n’éy pas qu’Hadès, mestieraus d’û rixè e d’ûe tiranie xéns fii. Lou pàctou enta goarda las amnes deus mourts plaa embarrades enta nou pas engoexa de trop lou bius, qu’estou roumput per û xibaliè qui desarrapè û hilhe e ûe moulhè au réy de debath tèrre.


Que-s y escat, ce-ns paréx au ménx, permou la seguide de l’istòri, en bèth aunoura la soûe balou, ne-u saube pas, tout lou countràri !



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lundi 24 octobre 2011

Nicola Dal Falco : El país de l’or i de les llums - Traducció al català d'Òscar Banegas Garrido

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El país de l’or i de les llums



de Nicola Dal Falco


Traducció al català
d'Òscar Banegas Garrido




És el que deien d'Aurona, el regne subterrani de l'abundància: el país de l'or i de les llums. Prou gran, fins i tot massa per a merèixer el nom de país. Un país en què la prioritat era l'or i les llums que el decoraven com un tabernacle. Llums precioses que, tanmateix, totes plegades no feien una llum vertadera i pròpia, sinó una claror difusa en la cavitat d'una muntanya. Per analogia amb l'abisme que aquesta amagava, la serralada del Padòn, on neix un torrent que té també el nom d'Aurona, és fosca com la panxa d'un forn, semblant a l'escòria amuntegada als marges d'una immensa excavació.

Les riqueses no hi florien per atzar, sinó gràcies al dur treball dels habitants i eren el fruit d'un pacte entre el rei i els inferns. Segons aquest acord, no s'exhauririen mai amb la condició que el poble restés per sempre sota terra. Per a tancar-hi l'accés s'havia construït una porta tota d'or.

Potser aquest regne coincidia amb el més-enllà o n'era un ducat important, en el qual només el regent coneixia el món exterior, la llum que renaixia, i sabia com era, al cap i a la fi, l'alternança entre el dia i la nit, entre la vida i la mort, la qual cosa en garantia la riquesa, l'excés.

L'or, en el fons, no brilla, sinó que emet una resplendor tènue i persistent, i aquells homes i aquelles dones conservaven durant tota la seva existència un aspecte larval. Per descomptat que ningú, excepte el rei d'Aurona, havia vist mai la llum del sol.

Llavors, un dia, segons la justa fatalitat de tot relat, hi va caure un cresol i s'obrí un forat a la volta que va alliberar un raig de llum tallant tan clar que feia ganes de banyar-s’hi.

Tan sols una estreta fissura separava les cavernes d'Aurona de la resta del món. Cap a aquell ull enlluernador es va dirigir un dels vells excavadors, el qual tingué prou a recolzar una llarga escala per veure més enllà de la font lluminosa. Tot el colpí: les formes, els colors i la gran llum que feia possible l'inesperat espectacle. I quan va girar el cap, va començar a explicar, a fer comparacions. Tal era la meravella que, amb els ulls plens de les coses que havia vist, no es va adonar que de seguida s'havia quedat cec.


L'esquerda es va tornar a tancar immediatament. Tanmateix, encara que sense parlar-ne, les paraules de l'ancià havien obert una bretxa al cor dels habitants d'Aurona, sobretot al de la princesa Sommavida. La malenconia que l'envaïa, una sensació que no havia experimentat mai abans, només la calmava col·locant-se al costat de la porta barrada del regne. Allí, un ressò d'aquell altre lloc estrany i nostàlgic aconseguia filtrar-se. Li semblava sentir uns sons, de vegades un bel o unes veus confuses. I, potser, ella mateixa havia provat a murmurar alguna cosa cap a l'exterior. No se sap bé com Odòlghes, rei de Contrìn, que va prometre's a si mateix alliberar la princesa, va descobrir que aquesta vigilava darrere la porta.

Durant set dies el rei va colpejar la porta amb l'espasa i va aconseguir, a la fi, fer malbé el picaporta i entreobrir-la bastant perquè, darrere de Sommavida, tot el poble d'Aurona s'expandís pel món i, així, donés l'esquena definitivament a la foscor. A força de donar colps a la porta, la punta de l'espasa del rei es va impregnar d'or almenys un pam. El metall preciós havia suplantat el ferro i mostrava no un afegit, sinó una fusió, un senyal de poder, un reconeixement. La punta brillava de tal manera en les batalles que tant l'espasa com el posseïdor van rebre el nom de sàbja da fek, espasa de foc.

Odòlghes es va casar amb Sommavida, però va renunciar a les seves riqueses. Va ser també per això que va deixar de pensar en Aurona i va oblidar amb el temps la ubicació exacta de la porta. Al final, una esllavissada va segellar, de nou, l'entrada.

Encara hi ha unes quantes preguntes. A qui pertanyia sàbja da fek, al rei guerrer o al record d'Aurona, el seu malefici? I els habitants, qui eren realment? Sense oblidar Sommavida, el nom sacerdotal de la qual no podia predir només un desig de fugida. Potser, reprenent un dubte ja plantejat, el rei d'Aurona no era altre que Plutó, artífex d'una riquesa i d'una tirania sense límits.

El pacte de tenir les ànimes dels morts ben tancades per no angoixar massa els vius va ser trencat per un heroi que va arrabassar una filla i una esposa al sobirà d'allí baix. Ho va aconseguir, o almenys això sembla, perquè la continuació de la història, tot fent honor al seu valor, no el salva, més aviat el contrari.




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dimanche 16 octobre 2011

Nicola Dal Falco : LE PAYS DE L’OR ET DES LUMIERES - Traduction française par François Simon

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Le Mont Blanc
Jean Dubois
(1789-1849
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LE PAYS DE L’OR ET DES LUMIERES

de
Nicola Dal Falco




Traduction française
par
François Simon



C’est ce que l’on disait d’Aurona, le royaume souterrain de l’abondance: «el pais de l’or e de la lumes».

Assez vaste, voire trop pour mériter le nom de pays. Un pays où la priorité revenait à l’or et aux lumières qui le décoraient comme un tabernacle.
Lumières précieuses qui, cependant, toutes ensemble ne faisaient pas une lumière à proprement parler, mais une clarté diffuse dans le creux de la montagne. Par analogie avec l’abîme qu’elle cachait, la chaîne du Padon, où naît un torrent qui porte aussi le nom d’Aurona, est sombre comme le ventre d’un four, semblable aux scories amoncelées sur les bords d’un gouffre immense.

Les richesses n’y affleuraient pas par un heureux hasard mais grâce au dur labeur des habitants, et elles étaient le fruit d’un pacte entre le roi et les enfers.
Selon cet accord, elles ne s’épuiseraient jamais, à condition que le peuple reste pour toujours sous terre. Pour en clore l’accès on avait scellé une porte toute en or.
Ce royaume coïncidait peut-être avec l’au-delà, ou en était un duché important, dont seul le régent connaissait le monde extérieur, sa lumière qui renaissait et savait comment était l’alternance du jour et de la nuit, de la vie et de la mort qui en garantissait la richesse, l’excès.

L’or, au fond, ne brille pas, mais émet une lueur ténue et persistante; ces hommes et ces femmes conservaient durant toute leur existence un aspect larvaire.
Il est de fait que personne, sauf le roi d’Aurona, n’avait jamais vu la lumière du soleil.
Puis un jour, selon la juste fatalité de tout récit, une lampe tomba et un trou s’ouvrit dans la voûte, libérant un rayon de lumière tranchant, si clair qu’il donnait envie de s’en inonder.

Seule un mince interstice séparait les cavernes d’Aurona du reste du monde.
C’est vers cet œil éblouissant que se dirigea l’un des vieux terrassiers, auquel il suffit de dresser une longue échelle pour regarder au delà de la source lumineuse.
Tout le frappa, les formes, les couleurs et l’énorme lumière qui rendait possible ce spectacle inattendu. Et quand il rentra la tête, il commença à expliquer, à tenter des comparaisons.
Dans son total émerveillement, les yeux pleins des choses qu’il avait vues, il ne s’aperçut pas tout de suite qu’il était devenu aveugle.
La fissure fut immédiatement refermée. Toutefois, même sans en parler, les paroles du vieillard avaient ouvert une brèche dans le cœur des habitants d’Aurona et surtout dans celui de la princesse Sommavida.

La mélancolie qui l’envahissait, sensation qu’elle n’avait jamais éprouvée auparavant, se calmait seulement en se tenant à côté de la porte condamnée du royaume.
Là, un écho de cet ailleurs étranger et nostalgique parvenait à s’infiltrer. Il lui semblait entendre des sons, parfois un bêlement ou des voix confuses.
Et peut-être elle même avait-elle tenté de susurrer quelque chose vers l’extérieur.
On ne sait pas très bien comment sa veille derrière la porte fut découverte par Odolghès, roi de Contrin, qui se promit de libérer la princesse.
Pendant sept jours, il frappa contre la porte avec son épée, parvenant enfin à fendre un battant et à l’entrouvrir suffisamment pour qu’à la suite de Sommavida tout le peuple d’Aurona se répande dans le monde, en tournant définitivement le dos à l’obscurité.

A force de frapper sur la porte, la pointe de l’épée du roi s’était imprégnée d’or.
Sur une bonne partie, le métal précieux avait supplanté le fer, marquant non un ajout, mais une fusion, un signe de puissance, de reconnaissance.
La pointe brillait tellement dans les batailles qu’on donna à l’épée et à son possesseur le nom de Sàbja da Fek, épée de feu.
Odolghès épousa Sommavida mais refusa cependant ses richesses.
C’est aussi pour cela que l’on cessa de penser à Aurona, oubliant avec le temps la place exacte de la porte.
Enfin, un éboulement en scella à nouveau l’entrée.

Il reste encore quelques questions. A qui appartenait Sàbja da Fek, au roi guerrier ou au souvenir d’Aurona, à son maléfice? Et ses habitants, qui étaient-ils vraiment?
Sans oublier Sommavida, dont le nom sacerdotal ne pouvait pas prédire seulement un désir de fuite.

Peut-être, pour reprendre un doute déjà exprimé, le roi d’Aurona n’est autre qu’Hadès, artisan d’une richesse et d’une tyrannie sans limites.
Le pacte pour garder les âmes des morts bien enfermées afin de ne pas trop angoisser les vivants a été rompu par un héros qui arrache une fille et une épouse au souverain d’en bas. Y parvient, ou du moins c’est ce qu’il semble, car la suite de l’histoire, tout en faisant honneur à sa valeur, ne le sauve pas, bien au contraire.

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vendredi 14 octobre 2011

Nicola Dal Falco : Aurono, Lou païs de l’or e das lume - Reviraduro cevenolo d’Ive Gourgaud

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Lou païs de l’or e das lume
de Nicola Dal Falco

(Reviraduro cevenolo d’Ive Gourgaud)

Es ansin que si parlavo d’Aurono, dau reiaume de l’abounde, souto la tèro : « el pais de l’or e de la lumes »
Prou bèl èro, e belèu trop per s’amerita aqueste noum de « païs ». Un païs que ço mai counsequent i èro l’or e lous lume que l’adournàvou coumo un tabernacle.
De lume precious que pamens, toutes ensem, fasièu pa un lum vertadiè mè pulèu uno clareta mau-neto din lou cros dau sère. E tout pariè coumo lou bàuri que cabissiè, la mountagno dau Padon, que ni rajo un valat qu’à el tabé li dìsou Aurono, es sourno coumo lou dintre d’un four e semblo de tris que si sariè amoulouna su las ribo d’un engoulidou.
Las richesso noun i venièu per cop d’asart, mè per amour dau gros oubramen das estajant ; tabé venièu d’uno pacho entre lou rèi e lous enfèr, uno pacho que disiè qu’elos jamai noun s’agoutarièu per pau que lou pople demourèsse per sempre souto la tèro. Per bara l’intrado, avièu plaça uno porto facho tout en or.
Belèu qu’aquel reiaume èro liga embé lou de-d’ailai, ou que n’èro un ducat counsequent que soun regent soulet counouissiè lou mounde de deforo embé soun lum que tournavo naisse, un regent que soulet saviè, à la fin finalo, aquesto seguido dau jour e de la niuè, de la vido e de la mort que ni fasiè la richesso e lou trop.
Din lou toumple, l’or lusis pa : fai coumo uno lusou primo e testarudo ; aqueles ome, aquelos fenno gardàvou touto lus vido uno semblanço de larvo.
Es be verai que degu, à despart dau rèi d’Aurono, aviè pa jamai vis lou lum dau sourel.
E venguè un jour que, seguissent la justo fatalita que caup din lous raconte, li aguè un candeliè que si toumbè e din l’arcado si faguè un trau que desliurè un rai de lum que taiavo, tant talamen cla qu’avias envejo de vous i enaiga.
I aviè pa pu qu’uno fendascleto entre-miè las croto d’Aurono e lou mounde.
Es vèr aquel ièl escaiernaire qu’anè un das vièl terassiè : ni aguè prou de pausa uno escalo longo per agacha la font lumenouso de-delai.
Tout i piquè l’ièl, las formo, las coulou e lou lumenas que fasiè poussible aquel espetacle. Quand tournè bouta sa tèsto din la croto, acoumencè d’esplica, assajè de coumpara.
Tout meraviha qu’èro, embé sa visto touto pleno das causo qu’aviè vis, coumprenguè pa d’ausido qu’èro vengu bòrni das dous ièl.
Lèu-lèu barèrou la fendasclo. Peracò, e sens qu’aguèssou besoun de ni parla, las paraulo dau vièl avièu drubi uno autro fendasclo din lou cur das estajant d’Aurono, e mai-que-mai din lou de la princesso Soumavido.
La malancouniè que la preniè, aquelo sentisou qu’aviè pa jamai counegu avans, tout acò s’amaisavo pa qu’en se teni de-cronto la porto barado dau reiaume.
Aqui, un resson d’aquel de-delai estrange e noustalgico si poudiè infusa. Li semblavo qu’ausissiè de soun, uno bialadisso de-cop, ou un mescle de vouzes.
Emai belèu qu’elo-mèmo aviè assaja de barbouti quoucom à l’endeforo…
Se sà pa trop coussi lou veia de Soumavido detras la porto saguè saupegu per Oudoulguès, lou rèi de Countrin, mè aqueste s’aproumeteguè de desliura la princesso.
Sèt jour de tems, tustè cronto la porto embé soun espaso ; acabè per ni fendre un batent e prou l’entrebada : à la seguido de Soumavido (aqueste noum vòu dire : Agachado vèr lou sère isoula), tout lou pople d’Aurono s’espandiguè din lou mounde, e virè per à-de-bon l’esquino à l’escuresino.
D’avedre tant tusta cronto la porto, la pouncho de l’espaso dau rèi s’èro tencho d’or. Amai-mai, lou metal precious aviè remplaça lou fère dinc uno bono partido de l’espaso, e marcavo ansin que noun èro un ajustou, mè si-be uno fusiu, un sinne de poudé, de recounouissenço.
Din las bataio, la pouncho escaiernavo tant talamen qu’à l’espaso e à soun mèstre lus diguèrou Sàbja da Fek, Espaso de fio.
Oudoulguès espousè Soumavido, mè vouguè ges de sas richesso.
Es també per acò qu’acabèrou per pa pu pensa à Aurono, e qu’embé lou tems aublidèrou lou lio precis de la porto. À la fin finalo, se faguè uno esbousenado que ni tournè bara l’intrado.
Encaro demòrou quaucos questiu : de quau èro Sàbja da Fek ? dau rèi guerejaire, ou dau remembre d’Aurono, de soun enmascaciu ? E sous estajant, quau èrou veramen ?
Sens aublida Soumavido, que soun noum sacerdoutau deviè predire mai qu’uno envejo de s’escapa.
Belèu que, per tourna à uno doutanço qu’avèn dicho adija, lou rèi d’Aurono èro Hadès en persouno, que sà coungreia, tant coumo i agrado, la richesso e la tiranìo
La pacho que vouliè garda las amo das mort bièn embarado per pa trop angouissa lous vivent, es estado routo per un eroi qu’aranco uno drolo e uno mouiè au soubeiran d’en-dessouto.
Emai li avèn, ou per lou mens semblo que li avèngue, que la seguido de l’istorio fai ounou à sa valou, mè lou sauvo pa, tout lou countràri.



En Alès, otobre de 2011

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mercredi 12 octobre 2011

Nicola dal Falco : Aurouno LOU PAÏS DE L’OR E DI LUMS Traduction en langue Auvergnate par Alan Broc

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LOU PAÏS DE L’OR E DI LUMS



de Nicola dal Falco

Traduction en langue Auvergnate
depuis la version ladine par Alan Broc




Acò’i ço que diziou d’Aurouno, lou reiaume souterran de l’aboundanço : « el pais de l’or e de la lumes »

Prou bèl, bessai trop per merita lou noum de païs. In païs ounde la priouritat anabo à l’or e i lums que l’adournabou coumo un tabernacle.
Lums precious que, pamen, toùti ensem faziou pas un iscleire, mas ino lugano difuso dien lou cau de la mountonho. Per analougìo ammé lou bàuri qu’escoundio, la cadeno del Padou, ounde nais in torrent que si souno també l’Aurouno, es sourno coumo lou ventre d’in four, parièro lis escòrios amountairados soubre lis orles d’in gourc imense.

Lei richesso i nasejabou pas per in boun astre mas demercé lou dur trabalh dis abitants. Èrou la frucho d’un pache entre lou rèi e lis ifèrs.
L’acòrdi voulio que s’agoutèssou pas jamai, à la coundiciou que lou poble demourèsso per sempre souto terro. Per ne clava la dintrado aviou sagelat ina porto d’or.

Aquel reiaume jountabo bessai ammé l’endelai, ou n’èro un duchat impourtant, e soun regent èro soul à coneisse lou deforo e sa luz que tournabo naisse e coumo èro aquelo alternanço del jour e de la nueit, de la vido e de la mort que n’in garantissio la richesso e li desbounds.

L’or, al found, brilho pas, fo na luzour tèunho e capudo, e quéssi ome e quessos fennos gardabou n’aparéncio de larvos durant touto lour vido.


Amai digu, sounque lou rèi d’Aurouno, avio pas jamai vist la luz.


Puèi un jour, segoun la justo fatalitat di racountes, ina lampo toumbé e in trauc badé deïn la vòuto, que delibré in rai de luz talhant e clar, que beilabo l’envégio de s’en enaiga.

Ina fendasclo tèunho sounque separabo las daunos d’Aurouno del restant del mounde.

In di vièlhs terrassiers ané vers aquel uei esbleugissent, que sufi de quilha in’ escalo loungo per agacha mai enlai.

Tout l’impressiouné, lei formos, lei coulours e l’enormo luz que fazio poussible aquel ispectacle. Tourné dintra lou cap, e coumencé d’esplica, d’insaja de coumpara.
Èro tont meravilhat, avio lis ueis tont ples di causos qu’avio vistos, que s’atraché pas cossé qu’èro devengut bòrni.

Se barré la fendasclo cossé. Pamen, amai se n’en parlabou pas, li dires del vièlh aviou doubèrt ina bèrco dien lou cor dis abitants d’Aurouno, soubretout dien lou de la princesso Soumavido.


La languino que la cachabo, la sensaciou qu’avio pas jamai sentido aperabans, s’adóucissio sounque en se tenent à coustat de la porto coundennado del reiaume.
Aqui, in ressou d’aquel endelai fourastier e noustalgique poudio s’enguilha. Li pareissio quitomen qu’augissio de sous, de cops que i abio ina bialado ou de vouzs counfusos.
E bessai qu’avio ensajat de chita ticom vel deforo.



Se sap pas trop coumo sa vilho darié la porto fougué sabudo per Oudoulguès, rèi de Countri, que se juré de delioura la princesso.


Durant sèt jours, tusté countro la porto ammé soun ispaso, s’afané tant que pougué per ne fendre un batent e l’entrebada prou per qu’à la seguido de Soumavido – que vòu dire Lucado vers la mountonho isoulado - tout lou poble d’Aurouno s’espandiguèsso pel mounde e virèsso l’esquino per sempre à la sournièiro.

A poudér de tusta soubre la porto, la pouncho de l’ispaso del rèi s’èro touto oungido d’or.
Soubre in brave troç lou metau precious avio suplantat lou ferre, e marcat noun-pas in apoundou, mas ina fusiou, in sinne de pouténcio, de recouneissenço.
La pouncho brilhabo tont dien li batalhos que beilèrou à l’ispaso amm’ à soun mèstre lou nom de Sàbia da fec, l’ispaso de fioc.


Oudoulguès ispousé Soumavido, mas refusé si richessos.
Acò fai que lou mounde quité de pensa à-z-Aurouno, e se perdé ammé lou temp la situaciou exacto de la porto.
Puèi, in ispatarromen n’in tourné pestela la dintrado.

Quaucos questious demorou. A quau pertanhio Sàbia da fec, al rèi guerrejaire ou al remembre d’Aurouno, à soun enfachilhomen ? E sis abitants, quau èrou de vertat ?

Doublidession pas Soumavido, que soun noum sacerdoutau poudio soulomen pas predire in dezi de fugido.

Bessai, coumo d’ùnsi dizou, que lou rèi d’Aurouno èro Hadès, mestierau d’ina richesso e d’ina tiranio sèns rasos.
Lou pache per garda lis amos di morts ben imbarrados per imbaura pas li vivents, es istat roumput per in erò qu’arranco ina filho e ino ispouso al soubiran de l’en bas.
Capité, almen semblo, que la seguido de l’istòrio, se fai ounour à sa valour, lou sauvo pas, pecaire !



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lundi 10 octobre 2011

Micoulau Dal Falco : Aurone - Lou païs de l’or e di lus - Revira pèr Peireto Berengier

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Lou païs de l’or e di lus




De Micoulau Dal Falco

Revira en Prouvènçau pèr Peireto Berengier



Es acò que disien d’Aurouno, dóu reiaume d’enfre-terro de l’abounde: “lou païs de l’or e de la lus”.

Proun alarga, e meme de trop pèr s’amerita lou noum de païs. Un païs que sa proumiero plaço, es l’or que la tenié e li lus que l’enlusissien coume un tabernacle.
De lume precious que, tóuti ensèn, fasien pamens pas uno lus vertadiero, mai uno clarta difuso dins la conco de la mountagno. Encauso de la semblanço emé lou toumple qu’escoundié, la cadeno dóu Padoun, ounte nais un gaudre que ié dison parié Aurouno, es sourno autant coume la bouco d’un four, parié li crasso amoulounado sus li bord d’un avèn grandaras.

Li drudesso i’espelissien pas d’un asard urous mai bonodi lou travai achini dis estajant, e se devinavon lou fru d’uno pacho entre lou rèi e lis infèr.
Aquel acord marcavo que jamai s’abenarien pas, proun que lou pople restèsse pèr sèmpre souto terro. Pèr clava l’intrado, l’avien muraiado d’uno porto touto d’or.
Aqueste reiaume s’endevenié belèu emé l’autre mounde, ounte se capitavo un ducat di gros, que soulet lou regènt couneissié lou mounde d’en deforo, sa lumiero que respelissié e coume se devinavo quouro jour, quouro niue, quouro la vido, quouro la mort que n’asseguravo la drudesso, l’eicès.

Dins tout, l’or lusis pas, largo just uno lusour mistoulino e duradisso, e aquéstis ome em’aquésti femo semblavon tout de long de sa vido en de babo.
Verai que degun, leva dóu rèi d’Aurouno, avié pas jamai vist la lumiero dóu soulèu.
Pièi un jour, coume de just dins un conte, uno lampo toumbè e un cros se durbiguè dins la vouto, cros que leissè passa un rai d’uno lus vivo e talamen claro que vous venié l’envejo de vous ié bagna.

Souleto, uno fendasclo de nàni desseparavo à peno li croto d’Aurouno dóu rèsto dóu mounde.
Es vers aquel iue esbarlugant que se gandiguè un vièi terrejaire que n’aguè proun d’auboura uno longo escalo pèr espincha en delai de la font lumenouso.
Tout l’espantè, li formo, li coulour e la grosso lumiero que rendié poussible aquel espetacle inespera. Quouro desvirè sa tèsto, se groupè à esplica, à assaja de coumparesoun.

Talamen qu’èro esmeraviha, talamen sis iue èn coumoul d’image, que s’avisè pas tout d’uno qu’èro vengu avugle.

La fendasclo la tapèron soude. Pamens, emai n’en parlèsson pas, li paraulo dóu vièi avien dubert uno breco dins lou cor dis estajant d’Aurouno, mai que mai dins lou cor de la princesso Soumavido.

Lou làngui que la prenié, uno sensacioun que l’avié jamai couneigudo avans, s’apasimavo soulamen quouro se tenié proche la porto coundanado dóu reiaume.
Aqui, un resson d’aquel aiours estrangié e languissous capitavo de s’enfusa. Ié semblavo d’ausi de son, de cop un bela de fedo vo de voues mesclado.
Belèu qu’elo, tout parié, avié assaja de boufa quaucarèn devers l’enforo. Se saup pas bèn coume, soun espincha de darrié la porto, Oudolguès rèi de Countrin, se n’avisè, que s’aproumeteguè de desliéura la princesso.

Sèt jour de tèms, piquè de soun espaso contro la porto, e capitè enfin de fendescla un batant e de lou proun entre-durbi pèr qu’en seguido de Soumavido, tout lou pople d’Aurouno s’esparpaièsse dins lou mounde, en virant pèr sèmpre l’esquino au sourne.
Proun de pica sus la porto, la pouncho de l’espaso dóu rèi s’èro espoumpido d’or. Sus un bon tros, lou metau precious avié ramplaça lou ferre, e noun pas èstre un apoundoun, marcavo uno fusioun, un signe de poudé, de recouneissènço.

La pouncho lusissié talamen dins li bataio que dounèron à soun espaso e à soun prouprietàri lou noum de Sàbja da Fek, espaso de fiò.

Oudolguès maridè Soumavido, mai rebutè si richesso. Vèn peréu d’acò que calèron de pensa à Aurouno, e óublidèron à la longo dóu tèms, la plaço eisato de la porto. Fin-finalo, uno avalancado barrè mai l’intrado.
Restavo encaro quàuqui questioun. De qu èro Sàbja da Fek, au rèi guerrejaire vo à la memòri d’Aurouno, à soun enmascamen? E sis estajant, quau èron, dins tout ? Sènso óublida Soumavido que soun noum de batisme poudié pas anouncia soulamen uno envejo de fugi.

Belèu que, coume l’avèn deja di, lou rèi d’Aurouno es pas mai qu’Adès, artisan tant riche coume gros tiran.

La pacho pèr garda l’amo di mort bèn sarrado afin de pas engouissa li vivènt de trop, fuguè roumpudo pèr un eros que raubè uno fiho e uno espouso au soubeiran d’en bas.
Capitè, dóu mens es ço que sèmblo, bord que la seguido de l’istòri, emai faguèsse ounour à sa valour, lou sauvo pas, bèn au countràri.


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samedi 8 octobre 2011

Nicola Dal Falco : Aurona L paesc dl or y dla lumes

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L paesc dl or y dla lumes

(ladino gardenese)



de Nicola Dal Falco




Nscì dijoven de Aurona, dl rëni sota tiera dl sëurora: l paesc dl or y dla lumes.
Grant assé o monce deplù per merité l inuem de paesc. N paesc ulache l or y la lumes, che l scicova sciche n tabernacul, ova la sëuravënta.
Lumes de valor che ne fajova, dal’autra pert, dutes deberieda nia na drëta lum, ma n cër linëus sëura dlonch tl chëul dl crëp.
Sciche l gran uet che la scundova, ie la ciadëina de crëps dl Padon, ulache nasc l ruf che à l medem inuem de Aurona, scura sciche l vënter de n fëur, semienta a mudli de resć dlongia na gran giaveda.
La richëzes ne univa iló nia a lum mé per n urt, ma tres l lëur dur di abitanc y fova l frut de na marciadeda danter l rë y l Infiern.
Aldo dla marciadeda, ne fosseles mei finedes, pur che l popul restëssa per for sota tiera. Per stlù l ntreda oven murà su na porta duta d’or.
Povester fova chël rëni n dut un cun l Delà o fova n ducat mpurtant de chësc, te chël che mé l reniant savova velch dl mond dedora, de si lum che stlaiova ino y de coche l fossa, ala fin dla finedes, chël se baraté ju danter di y nuet, de vita y mort a seguré si richëza, chël deplù zënza fin.
L or ne luna, perdrët, nia, ma lascia ora n linëus lesier che dura, nsci che ch’i ëi y ch’la ëiles cialova ora per duta si vita sciche larves.
Vëira iel che deguni, ora dl rë de Aurona, ne n’ova mei udù la lum dl surëdl.
Pona, n di, cun la fatalità drëta de uni cunteda, fovel tumà ju na lampa y l se ova giaurì n busc tl revëut, delibran n rai taient de lum, tan linëus da giaté ueia de se blandé laite.

La ciavernes de Aurona fova spartides dal rest dl mond mé da n parëi sutil.
Un di vedli gevadëures fova jit de viers de chël uedl adurbënt y l ova mé abù debujën de na scela longia per cialé delà dla funtana de linëus.
Dut l ova tucà, la formes, i culëures y la lum termënta, de gra a chëla che l gran spetacul suzedova. Canche l ova trat zeruch l cë, ovel scumencià a splighé, a cialé de cunfrunté.
Tla marueia de duc, i uedli mplenii dla cosses ududes, ne se ovel sul mumënt nia ntendù de vester deventà vierc.
La sfënta fova debota unida stluta. Ma purempò, nce zënza les nunzië, ova la paroles dl vedl giaurì na streda tl cuer di abitanc de Aurona, dantaldut te chël dla prinzëssa Somavida.
L trangujamënt che la piova, n sentimënt mei pruà dant, dajova do mé sce la stajova dlongia la porta stluta dl rëni.
Iló, muciovel ca n rundenì de chël vel’ de auter forest y da nchersciadum. L ti univa dant de audì sonns, datrai n bieberné o vel’ ujes nsëuralauter.
Y povester ovela, ëila nstëssa, purvà de suserné velch oravier. N ne sà nia avisa a ce maniera che Odolghes, l rë de Contrin, fova unit al savëi de si susté do la porta y che l ova mpermetù de delibré la prinzëssa.
Per set dis ndolauter ovel tamarà si speda contra la porta y fova stat bon, ala fin, de storjer un di polesc y de la giaurì de tant, che do a Somavida ie dut l popul de Aurona sbunfà tl mond, sen jan per for dal scur.
Dal gran bater sula porta, se ova la piza dla speda dl rë mbalà d’or. Per na spana almanco, ova l or tëut l post dl fier, senian nia na njonta, ma na fujion, n sëni de forza, n seniel.
La piza lunova tan da bestia ntan la batalia, che ala speda y a chiche la purtova fovel unì dat l inuem Sabia de Fech.
Odolghes ova maridà Somavida, ma refudan si richëzes. L fova stat nce per chël che n ova lascià de pensé a Aurona, desmincian bel plan l post ulache fova la porta. Na smueia ova, ala fin, inò stlut la ntreda.
L resta n valguna dumandes. Pra chi tucova pa Sabia de Fech, pra l rë saudé o pra l lecord de Aurona, pra si striunët? Y chi fova pa perdët si abitanc?
Zënza desmincë Somavida, de chël che si inuem da preve ne pudova nia mé dì danora na ulentá de mucé.
Povester, a se l dì inò, ne fova l rë de Aurona nia auter che Ade, pere de na richëza y de na tirania zënza lims.
La marciadeda de tenì liedes strëntes l’anes di morc, propi per no trangujë de massa i vives, fova unì rota da n eroe che ti tol na fia y na nevicia al rë dl dessot. La ti garata, o almanco semeiel nscì, ajache l rest dla storia, nce sce la auza ora si valor, ne l selva nia, dut auter.



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